La chiesa è dedicata al culto della Beata Vergine Maria, Madre di Dio, venerata con il titolo di: “Nostra Signora del Vasto”. Le sue origini sono assai remote. Se ne può attestare con certezza l’esistenza nel XII secolo dal momento che viene menzionata in un manoscritto benedettino del 1195 rinvenuto nell’abbazia di san Giovanni in Venere.

Qui è custodita la preziosa reliquia della sacra Spina. Si tratta di uno dei grossi aghi di arbusto spinoso che furono intrecciati a parvenza di corona e con cui fu trafitto il capo di Gesù nel giorno della Crocifissione. Il pontefice Pio IV la concesse in dono al marchese di Vasto Francesco Ferdinando d’Avalos per la sua partecipazione al Concilio di Trento (1545-1563) in qualità di delegato del re spagnolo Filippo II. Un incendio devastò la chiesa nel 1645 ma uno schiavo turco si gettò tra le fiamme e riuscì a trarla in salvo. Per tale gesto eroico, gli fu resa la libertà. L’evento è rievocato in una delle grandi pitture ad olio allocate nella volta che sono state dipinte da Andrea Marchesani nel 1857.
La reliquia è molto cara ai Vastesi in quanto manifestazione simbolica della Passione di Cristo e viene celebrata con solenni riti, inni e canti religiosi nel venerdì antecedente la settimana santa. E’ esposta al culto dei fedeli all’interno di un peculiare reliquiario a forma di giara ed è in ostensione perenne dall’anno giubilare 2000 nella cappella della sacra Spina, progettata dall’architetto Roberto Benedetti nel 1890, che si trova in fondo alla navata destra. Nel pilastro di fronte, è inserita la nicchia chiusa da due ante di bronzo che il marchese Diego d’Avalos fece costruire nel 1647 per serbare la reliquia, dopo che l’incendio l’aveva messa in pericolo.
Nella stessa area, sono collocate antiche lapidi insieme ad un’epigrafe sepolcrale che ricorda la presenza dei marchesi d’Avalos al governo della città dal XV al XVIII sec. Quindi, due quadri raffiguranti la “Madonna del Suffragio” e l’“Infanzia di Maria” del Marchesani con le sculture aventi le sembianze di S. Luigi Gonzaga, di S. Lucia ed una in legno di S. Chiara ad opera di remota scuola napoletana.
Lungo l’ampia navata centrale, si ergono le statue degli Apostoli e dei Santi: S. Giacomo maggiore, S. Filippo, S. Andrea, S. Pietro, S. Paolo, S. Giovanni evangelista, S. Giuda Taddeo, S. Giacomo minore, S. Tommaso. Sul fregio perimetrale, è stata riportata un’antica antifona mariana a caratteri d’oro e scritta in latino, la cui traduzione è: “Maria è assunta in Cielo. Andiamo con fiducia al trono della grazia per ottenere misericordia e trovare grazia al momento opportuno”. In alto, è posto il pulpito in noce dell’ebanista vastese Angelo Raspa del 1908.
In fondo, s’innalzano la cupola ed il presbiterio che sono stati adornati, come tutto il resto, dai pittori e decoratori vastesi Luigi Palucci e Michele Roserba con oro zecchino e stucchi realizzati a mano.
Sull’altare maggiore, si possono osservare gli stalli lignei del coro e l’organo di Domenico Mangino del 1719. Ai lati, ci sono le statue dei santi Pietro e Paolo mentre si eleva, al di sopra di tutto, la Madonna Assunta riverita dagli Angeli.
Nella zona absidale, è ben visibile la balaustra a valva che conduce alla cripta dove viene custodito il corpo, prodigiosamente ancora integro, del martire san Cesario. Egli indossa abiti da guerriero e mantiene un’ampolla di vetro che ne contiene il sangue. Le fonti ritengono che fosse al servizio dell’imperatore Diocleziano da cui fu poi condannato ad essere sepolto vivo perché non volle abiurare alla propria fede cristiana. Il marchese Cesare Michelangelo d’Avalos ne fece dono alla chiesa il 3 novembre 1695. Per questa ragione, il Santo viene celebrato in tale giorno dell’anno.
Lateralmente al colonnato d’ingresso, è sito il fonte battesimale, in pietra lavorata della Maiella, che risale al 1572. Nella navata di sinistra, ci sono la cappella dedicata alla Madonna del Rosario del 1826 e quella a devozione del sacro Cuore di Gesù del 1864. Lungo il percorso, si possono ammirare quadri di notevole pregio della scuola veneziana del XVI sec.: “Il Battesimo di S. Agostino”, su cui appare un’iscrizione in latino che ne indica l’autore in Alvise Benfatto detto il Friso, il quale era nipote ed allievo di Paolo Caliari chiamato il Veronese; “Lo sposalizio di S. Caterina”, attribuito proprio al Veronese; la “Madonna del Gonfalone” e l’“Ecce Homo” della scuola del Tiziano. A questi se ne aggiungono altri, come un ritratto di S. Filippo Neri del XVIII secolo.
Domina la facciata principale, il portale in bronzo con l’“Assunta” dello scultore vastese Antonio Di Spalatro. La sovrastante torre campanaria, con le cinque finestre romaniche, fu elevata su di un bastione precedentemente esistente e facente parte di un’antica fortificazione.
In questa chiesa, opera la Confraternita della sacra Spina e del Gonfalone che è particolarmente attiva nella cura della speciale reliquia

Ricerca Storica a cura di Roberta Palucci, a perenne memoria del lavoro svolto in questa chiesa dal padre, Luigi Palucci (mastro Gino)

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