Non poteva essere fatta scelta più feconda dal parroco, don Domenico Spagnoli, per comprendere la profondità spirituale del dono della reliquia della Sacra Spina alla chiesa di Santa Maria Maggiore partendo dalla esegesi del canto dell’Ave Spina. Domenica sera la quintena della Festa della Sacra Spina del 2017 è iniziato con la lettura “intima” dell’inno d’amore, che viene riconsegnato a tutti i fedeli «per accendere la passione per le cose buone e belle che abbiamo ricevuto dai nostri padri» ha detto il parroco in vista di questo percorso di preparazione, che ci accompagnerà fino a venerdì prossimo.

Un inno ricco di aspetti spirituali e teologici di un testo settecentesco «che si apre con il saluto alla Spina e nella gloria del Padre, del Figlio e dello Spirito Santo» perché questo canto «è frutto di una meditazione che utilizza una dinamica spirituale quella della immaginazione. L’autore immagina di dialogare con la spina di Cristo in quanto personificata». Un colloquio diretto per svelare il significato più profondo di questa spina che ha toccato il capo di Cristo, come se stesse parlando con una persona.

Spina che è stata macchiata dal sangue di Cristo, strumento di sofferenza è proprio per questa ragione preziosa. «La corona di spine che è servita per far soffrire Cristo – ha evidenziato don Domenico – deve servire per allontanarci dal male». Spina che non è stato uno strumento di morte «ma è il simbolo dell’umiliazione morale verso chi ha fatto del bene» tanto «da essere più crudele dei chiodi, della lancia e della croce». Un’umiliazione evitabile per deridere la regalità di Cristo.

Spina che pungola per «allontanarci dal male», capace di trasformare questa sofferenza in qualcosa di più grande: per perforare il cuore dell’uomo. «La meraviglia di questo canto – ha spiegato ancora don Domenico – che risponde a tutta la teologia della redenzione. Dove vediamo solo il male, Dio è capace di trasfigurare quell’esperienza in una cosa buona». Reliquia in grado di farci capire che la sofferenza non andrà perduta perché «in grado di trasformare la terribile morte di Cristo in qualcosa di nuovo per noi. Dio entra nel male e lo trasforma».

Una lettura esegetica necessaria, per addentrarci nel mistero di una reliquia che, a distanza di centinaia di anni, continua a emozionare nel meditare la Passione di Cristo «per un inno da cantare con devozione ed emozione».